Se Raymond, Flannery e io…

racconto di Andrea Bonvicini

Di roba ne leggo parecchia. L’altro ieri quando sono passato in libreria avevano rifatto nuovi tutti gli arredi e mentre transitavo vicino al bancone ho visto il mio libraio che mi seguiva sornione. Mi ha sorriso e ha fatto un largo gesto con la mano indicando attorno gli scaffali e i libri. Sembrava dicesse: “Vedi che bel lavoro abbiamo fatto con il tuo contributo!” e io intanto mi avviavo alla cassa per la mia dose giornaliera.

Così di roba a casa ne ho accumulata davvero tanta, ma non mi basta mai. Sul comodino ho sempre una pila di libri in bilico e uno strato sul letto accanto, soprattutto raccolte di racconti.

Solo di due autori ho tutto, però: Raymond Carver e Flannery O’Connor. Tutto, proprio tutto: di Carver ho la raccolta completa delle poesie in un bel tomo verde acqua, l’acqua che gli piaceva così tanto, e tutti i racconti in un’edizione preziosa su carta sottile sottile, come quella dei libri di preghiere di una volta. E infatti quando faccio scorrere quelle pagine delicate sono preso da una devozione quasi religiosa, o almeno filiale: ma anche, lo ammetto, da un poco di invidia, che mal si concilia forse con sentimenti di devozione.

Anche della O’Connor ho tutto: con lei è più facile, non molti rac-conti e due soli romanzi. Ci ha lasciati presto, portata via dalla sua malattia devastante.

Solo di loro dunque ho tutto. O meglio, credevo di aver tutto, perché sugli scaffali nuovi l’altro giorno ho trovato “Principianti”, con il bel viso largo di Raymond in copertina. Contiene i racconti originali del suo secondo libro nella forma che avevano prima dell’intervento di Gordon Lish: li fece a pezzi coll’accetta, e inventò così il minimali-smo. Ragazzi che roba! Mi sono seduto appena fuori dalla libreria, sulla soglia, e me li sono fatti di un fiato. È stato come aprire la scri-vania di tuo padre e scoprire che ti ha lasciato in eredità ricchezze mai viste prima, e così scopri aspetti di lui che te lo rivelano in una luce nuova, bella. Ho pianto come un bambino che ha nostalgia del papà: la gente passava vicino ed era imbarazzata, ma io ero felice.

Solo loro scrivono così: una prosa asciutta, penetrante, senza sbava-ture, come se per scrivere non usassero inchiostro e sudore ma le parole stesse, già belle e stampate, asciugate, rilegate. Non riesci a togliere una parola o aggiungerne una. Gli scrittori ci lavorano con le parole, loro erano tutt’uno con i racconti.

E i loro personaggi! Violenti, volgari, testardi quasi fino al limite del grottesco. Prima ti fanno scappare, li rifiuti, ma poi ti entrano dentro, anzi, se non sei un bue sei tu che entri dentro di loro e ti ci ritrovi. Da non credere.

Solo loro due, solo loro.

* * *

Sapete, io sono convinto di una cosa: se non ci fosse stato uno sfa-samento di una quindicina d’anni tra le loro vite e avessero invece avuto modi di conoscersi, io credo che si sarebbero sposati, quei due. Che tipi che erano, Raymond e Flannery. E se loro si sposavano io magari avrei potuto esser figlio loro: ci pensi che vita? Esser tirato su dai due migliori scrittori di racconti di sempre? Da farci la firma.

Oddio, trovarsi per padre un alcolizzato e una madre prima con le stampelle e poi ridotta sulla carrozzina: brutta storia, vi assicuro. Ma vuoi mettere quante cose avevo da imparare? A scrivere anche solo la lista della spesa in quella famiglia rischiavi che ne venisse fuori un buon pezzo.

* * *

Si volevano bene, Cristo santo quanto se ne volevano. Non che fosse una vita facile, in casa nostra. Teste dure tutte e due, non mollavano di un millimetro. E le discussioni che facevano, sui personaggi, sulla spietatezza delle situazioni, sui trucchi e le invenzioni: io li stavo ad ascoltare per ore mentre facevano a fette le idee uno dell’altro. Non parlavano mai dei contenuti, solo di tecnica di scrittura, di come si do-vessero infilare le corna del toro nelle costole di quella zitellona, di come si stacca una gamba di legno, della quantità di whisky che pos-sono bere due alcolisti durante una discussione di venti battute.

Avevano caratteri così diversi, me li ricordo bene, cattolica ortodossa fin nel midollo lei, forse ateo lui, non l’ho mai capito bene davvero. Pareva impossibile che stessero insieme, ma era così, io li ho visti.

Anche nel corpo erano diversi: lui era massiccio e leale, semplice come una forma di pane. Stava sempre un po’ curvo sulle spalle, con braccia forti da macellaio, un ciocco di carne ma con un timore nelle vene. Minuta e delicata lei, pallida sotto improbabili cappelli, e una volontà di ferro. Ma la stessa testa, lo stesso sguardo soprattutto, spietato sul mondo. Guardavano la realtà senza tentennamenti, con gli occhi già dentro a quel che vedevano, senza filtri.

Diversi, ma si capivano al volo.

Il fatto era che tutti e due, ovunque guardassero, qualsiasi storia pas-sasse loro per la penna, erano persone che vedevano l’enigma. Vede-vano la domanda, il mistero di quel che scrivevano e di quel che viviamo: un lampo, uno squarcio, lei lo chiamava grazia, lui poesia. Una volta eravamo tutti seduti in salotto a chiacchierare con qualche amica, e uno dei due, non ricordo chi, disse: “Io descrivo l’azione solo per svelare un mistero. Certo, può capitare che lo sveli anche a me, oltre che a chi mi legge. E magari può darsi invece che non riesca a rivelarlo nemmeno per me, ma certo non posso fare a meno di sentirne la presenza”. Mi sfugge chi lo ha detto, ma ho l’immagine viva dell’altro dei due che annuiva vivamente, un po’ sorridendo e un po’ masticandosi la guancia. Si capivano per questo, per questo stavano insieme.

E si sono influenzati un bel po’ a vicenda, anche. Prendi “Qualcosa di piccolo ma buono”, la storia di un bambino che il giorno del suo compleanno finisce in coma. Lo strazio e la disperazione dei genitori, e poi quella voce misteriosa al telefono che spacca il cuore della madre: “Scotty, sì, si tratta proprio di Scotty. Vi siete dimenticati forse di Scotty?”. La voce del destino. Se non lo andate a dire in giro vi svelo un segreto: l’ha scritto mamma quel racconto, e poi ha lasciato che papà l’inserisse in una sua raccolta. Sapeste che risate che si sono fatti dello scherzo che hanno tirato all’editore. E Parker, quello della “Schiena di Parker”? Ma come volete che abbia fatto Flannery a de-scrivere così nel dettaglio un buono a nulla bevitore e interessato solo ai tatuaggi? Quello era il genere di Raymond. Ve lo dico io, quello se-condo me è un lavoro di papà, poco ma sicuro.

Mi han tirato su a libri e Dio sa se gliene sono grato. Raymond me li tirava proprio, era un padre feroce. Un giorno che la mia adolescenza ribelle l’aveva seccato più del solito, mi ha tirato una raccolta di Kafka urlandomi dietro: “Non fare il galletto, non sei il primo che non si intende con suo padre. Va’ e rintanati in camera tua, ma non uscirne finché non hai sei zampe! Anzi, non parlarmi più, meglio. Scrivimi una lettera se vuoi.” Non capii, ma poi mi lessi “La metamorfosi” e “Lettera al padre”. Mi tiravano su così. La mamma invece preferiva l’ironia, ti tatuava la pelle con le parole.

La cosa più bella è che ci credevano a quel che facevano, ma mica stavano lì a spiegarmelo, a farmi l’analisi: dovevo trovarmelo io il significato. Loro raccontavano e basta. Mi dicevano: “Cosa vuoi, che te lo dica? che te lo spieghi? io al massimo te lo racconto, te lo faccio vedere. Tocca a te poi. Deve succedere a te.”

I loro animali ad esempio: Flannery dietro ai suoi pavoni e Raymond a pescare i salmoni. Ci ho messo anni a capire che guardavano la stes-sa cosa. Ma non sia mai che sia io a dirvi qual è: se volete ve la rac-conto, al massimo, ho imparato la lezione.

Non è stato facile aver genitori così: la loro vita l’hanno avuto parec-chio dura, lei per la malattia e lui per l’alcool e la sua tristezza. Quindi anche per me è stata dura. Ma non si piangevano mai addosso. Mi ri-cordo una delle ultime cose che ha scritto Raymond: “È stata una pacchia.” Una pacchia, capite?

Immaginatevi che pacchia esser loro figlio.

Son morti tutti e due presto: lei aveva trentanove anni, lui cinquanta.

Ma ad aver avuto genitori così, non ti senti mai più orfano.

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2 thoughts on “Se Raymond, Flannery e io…

  1. grazie. bello. condivido e sento quello che hai scritto, anche se la mia strada mi porta solo tardi a Flannery, mentre quello che scrivi su Raymond lo sento da tanto tempo. è ora che mi dedichi a lei, dunque. ciao

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