Su Flannery e “Il volto incompiuto”: dannazione, metafora di salvezza (Il Sole 24 Ore)

Riporto di seguito l’articolo di Elisabetta Rasy apparso su Il Sole 24 Ore domenica 24 aprile 2011

Nel volume che ha dedicato a Il genio, così il titolo, Harold Bloom le riserva una buona posizione: sta in compagnia di Stendhal, Twain, Faulkner e Hemingway in quella parte del libro destinata, secondo lo schema quasi cabalistico dell’autore, a un particolare attributo divino, o sefirah: la settima, Nezah, ovvero «la vittoria di Dio», ma anche «l’eterna resistenza che non può essere sconfitta».

Flannery O’ Connor, nata a Savannah in Georgia nel 1925 e morta trentanove anni dopo, era sicuramente un genio nel senso che Bloom attribuisce a questa parola: un’eccellenza in una vita non comune o anche, dal momento che l’ambito è quello letterario, qualcosa che il lettore sente come «una grandezza che può aggiungersi al suo essere senza violarne l’integrità». Tutto vero, anche se nel caso della più originale scrittrice del profondo sud americano il lettore non può che sentirsi sulle prime vagamente violato: nelle sue certezze, nel suo più radicato senso comune, in quel patto automatico e sottinteso tra chi racconta una storia e chi la legge che prevede il trionfo del bene come quello del male, purché sia chiaro quali sono i loro ruoli e le loro competenze nella vicenda.

In O’Connor tutto è più complicato, o persino più semplice, salvo non avere pregiudizi o essere disposti a farsene spogliare, perché la vittoria di Dio, per usare le parole di Bloom, può manifestarsi – raramente – nella nostra salvezza ma più spesso nella nostra dannazione. Un altro grande studioso americano, Leslie Fiedler, regola piuttosto sbrigativamente i conti con questa scrittrice che non ha mai reso la vita facile ai suoi critici, collocandola nel più tranquillizzante ambito di un genere letterario: il «gotico». Cioè quel tipo di narrazione «opera di autori che si ritenevano “bizzarri” – o si accorgevano di essere considerati tali da altre persone più solide di loro», scrive Fiedler nel saggio dedicato ai “Freaks” (cioè a quei “diversi” che una spaventata immaginazione evoca come “mostri”). Bizzarra, secondo Fiedler, Flannery O’Connor lo era per il semplice fatto di essere sudista, come molti scrittori feriti, di generazione in generazione, dalla sconfitta della Confederazione.

Bizzarra l’autrice di due romanzi perfetti, La saggezza nel sangue e Il cielo è dei violenti, e di una manciata di racconti tra i più splendenti nella ricchissima costellazione della short-story del Novecento americano, Flannery lo era senza ombra di dubbio. Intanto la vita così aveva deciso per lei: orfana a quindici anni di un gentiluomo del Deep South morto per una terribile malattia, il lupus, ne sarebbe stata colpita a sua volta poco più che ventenne. Dopo un brillante esordio di studentessa e apprendista scrittrice, riconoscimenti, un soggiorno nella prestigiosa comunità letteraria di Yaddo, un passaggio newyorkese e un intreccio di appassionanti amicizie, quando le sue ossa cominciano a sgretolarsi si ritira a vivere in una fattoria di famiglia, Andalusia, a Milledgeville, vicino a dove è nata, accanto alla madre Regina.

Ma la sua originalità – il suo genio – è più forte della malattia e del dolore. Alleva volatili, soprattutto pavoni, guarda i notiziari sportivi in tv, segue l’andamento della casa colonica, e scrive. Tutte le mattine alle otto si siede alla sua brutta e massiccia scrivania marrone e scrive. La stanza dove lavora sta andando in rovina come il suo corpo, per terra si ammassano le carte e i libri che non ha la forza di disporre negli scaffali, di tempo in tempo va in ospedale, ma intanto scrive, regolarmente e lentamente. Non solo i suoi romanzi, non solo i suoi racconti, ma un costante fiume di lettere agli amici, ammiratori, interlocutori lontani, che a volte conosce nei viaggi per le tante conferenze che le chiedono e in cui stoicamente trascina il corpo malato e altre volte sono dei perfetti sconosciuti, ma non per questo meno degni di attenzione: il suo epistolario, solo parzialmente tradotto in italiano, per la vivacità del suo stile, per l’ironia e per l’intelligenza dei suoi pensieri è uno dei più importanti oltreché affascinanti del Ventesimo secolo. E straordinari sono i saggi, spesso il frutto delle lectures che tiene ai ragazzi desiderosi di imparare il mestiere di scrivere, ai quali non risparmia le manifestazioni di quella che Fiedler chiama la sua bizzarria. Come quando nel più celebre di essi – il più imprescindibile – cioè Natura e scopo della narrativa impartisce questa lezione: «Non esiste una tecnica da scoprire e applicare che renda possibile scrivere. …Una cosa che accompagna lo scrittore è il continuo apprendistato della scrittura. Non appena lo scrittore “impara a scrivere” … è finito». Oppure quando li avverte: «Ovunque vada mi chiedono se, secondo me, le università soffocano gli scrittori. Il mio parere è che non ne soffocano abbastanza. Con un buon insegnante più di un best-seller si sarebbe potuto prevenire».

Ma la vera irregolarità di Flannery O’Connor, quella che ha sconcertato i suoi lettori e critici novecenteschi – siamo negli anni Cinquanta: il momento del Grande Progresso che nasce glorioso dalle macerie della guerra e ispira le mani, la mente e l’anima degli uomini – è un’altra: la scrittrice è cattolica. Una vera, persuasa, irriducibile, non negoziabile cattolica. Una cattolica che non fa sconti al buon senso secolarizzato e all’idolatria laicista che la circonda, che non si nasconde dietro una fede puramente privata, che non teme e che rivendica: «Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica». E che sa a cosa va incontro: «Se c’è una cosa tremenda a scrivere quando si è cristiani è che per te la realtà suprema è l’Incarnazione, la realtà presente è l’Incarnazione, e all’Incarnazione non ci crede nessuno: nessuno dei tuoi lettori, cioè. I miei lettori sono convinti che Dio sia morto». Ma, d’altro canto, una cattolica che non fa sconti neppure a quel lettore devoto che «ha ridotto la sua concezione del soprannaturale a un pio cliché e ormai è capace di riconoscere la natura nella letteratura in due sole forme: il sentimentale e l’osceno». E che detesta la spazzatura edificante quanto gli elogi del buon cuore. Una posizione a tal punto sconcertante e insolita da aver dato luogo se non a censure a singolari omissioni: come da noi, nella traduzione einaudiana, l’omissione dell’epigrafe di Il cielo è dei violenti, cioè una frase del Vangelo di Matteo, e quella di alcuni bellissimi saggi e lettere nelle pur preziose e accurate edizioni che ne sono state fatte. Saggi e lettere ora presentati in un volumetto della Bur intitolato Il volto incompiuto, che raccoglie appunto questi testi fin qui inediti in italiano che approfondiscono il senso della fede e il rapporto con la Chiesa romana di una credente cresciuta in quella che è chiamata la Bible belt, la cintura della Bibbia del Sud protestante americano dove fioriscono le sette e i profeti. Ma, come avverte il curatore Antonio Spadaro, la fede che anima questi scritti è un «cattolicesimo hard core», dove non esiste sublimazione e dove «non è il materiale a spiritualizzarsi, ma lo spirituale a materializzarsi, secondo il principio dell’Incarnazione».

A differenza dei freaks di un’altra sudista americana, altra gotica secondo Fiedler, Carson McCullers , che amava i diversi e prediligeva la diversità considerandola figura d’elezione, i “mostri” e il mostruoso di Flannery O’Connor hanno sembianze spesso normali e usano la loro difformità, la loro deviazione e la loro violenza per stanare il mistero che abita la vita umana, l’irruzione spesso insopportabile della grazia nel territorio del diavolo, il soprannaturale annidato o appostato dietro il naturale. Perché, scrive O’Connor nel folgorante saggio intitolato Un ricordo di Mary Ann, se le forme del male ricevono in genere espressione adeguata, e per loro si addestra ogni tipo di grottesco, non altrettanto accade con le forme del bene. «Le forme del bene devono accontentarsi di un cliché o di una lisciatina che finisce per indebolire il loro reale aspetto»: pochi le hanno fissate abbastanza a lungo per sapere che anche l’aspetto del bene può essere grottesco. Ma la scrittrice non vuole solo confliggere con il conformismo laico e progressista o con il perbenismo dei devoti. Vuole affermare insieme alla sua verità della fede anche la sua verità della scrittura. «I romanzi scritti male – a prescindere da quanto sia pio ed edificante il comportamento dei personaggi – non sono buoni di per sé e quindi non sono realmente edificanti». Per questo la narrativa di Flannery O’Connor non sfiorisce col tempo e resta sempre sorprendente: la letteratura non coincide per lei con il naturalismo o con il realismo sociologico di molti suoi contemporanei ma è un invito alla visione, anzi «un invito a visioni più profonde e strane». «Il poeta» scrive «è cieco per tradizione, ma il poeta cristiano, e anche il cantastorie, è come il cieco toccato da Cristo, che guardò e vide uomini come fossero alberi, ma in cammino».

Flannery O’Connor, Il volto incompiuto, a cura di Antonio Spadaro, traduzioni di Elena Buia e Andrew Rutt, Bur, pagine 172, € 9,50.

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