La libertà nel sangue

(una riflessione di Nicola Lagioia apparsa su Avvenire il 2 maggio 2012)
Giunti a un certo punto del disastro, si torna a Flannery O’Connor. Si torna a Emily Dickinson, alle sorelle Brontë, a Faulkner, a Hawthorne, a Melville, a Conrad, persino a Hölderlin o ad Artaud.
«Il libro è scritto da una che crede che ci fu una caduta, ci sia stata una Redenzione e ci sarà un giudizio», scrive la O’Connor a proposito del suo primo romanzo in una lettera risalente al 5 marzo del 1954.

Dalla fine della modernità nessuna epoca come il primo decennio del XXI secolo ha mostrato quanto l’idea di metropoli stia nuocendo all’arte, compresa quella letteraria. Manhattan è diventato il luogo d’elezione di uomini come l’attuale ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, vale a dire anche l’acquario dove uno scrittore può dissipare il tanto o poco talento a disposizione allargando gli estremi delle contraddizioni più stupide e ricorrenti, di conseguenza delle più distruttive da cui oggi può farsi possedere. Di solito si tratta di questo: bramare un tipo di fama il cui iter è sempre meno conciliabile rispetto a ciò che dovrebbe formare la vera ambizione letteraria, e contemporaneamente, coltivare il sogno di mettere la firma proprio su uno di quei libri che solo gli scrittori con tanta fede nel proprio lavoro da ignorare gli specchietti per le allodole sono riusciti a scrivere. Come si può stringere il santino di Emily Dickinson macerandosi nel desiderio delle classifiche o delle comparsate televisive? 

Tutta l’esistenza di Flannery O’Connor sembra protetta dalla corazza della marginalità. Provinciale nell’epoca in cui le metropoli statunitensi raggiungono il loro massimo splendore (sono gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento), credente in un mondo di atei, cattolica in una regione di protestanti infervorati, malata mentre il salutismo sta diventando il salvacondotto per accedere al regno dei felici molti. Ma è la dedizione a ogni aspetto della propria esistenza e a ciò che le sta intorno – e dunque il naturale disinteresse per il superfluo, per il vuoto pneumatico dei desideri preconfezionati – a trattenerla altrove perfino mentre si avvicina al centro della vita culturale del suo tempo, scambiando opinioni con il poeta Robert Lowell, con il grecista e traduttore Robert Fitzgerald e con sua moglie Sally, con l’editore Robert Giroux; un altrove d’elezione che consente a Flannery O’Connor di alimentare il Canone anche grazie al fatto di non lasciarsi stritolare dai meccanismi che lo codificano. E si tratta di meccanismi sempre più spietati.

La New York che, dopo averlo fatto re, distruggerà Truman Capote è ancora più feroce della Parigi balzachiana di Illusioni perdute; quello era il tempo dei gazzettieri pescecani mentre questa è già l’epoca che farà dire a Billie Holiday: «Ho capito che ero uscita dal tunnel della droga quando una mattina non ce l’ho fatta più a sopportare la televisione». Se anche quel tipo di Città è tuttavia ormai un ricordo, spazzato a propria volta dall’onnicomprensivo deserto finanziario della metropoli contemporanea (centro e periferia), rimane indistruttibile, dunque vivo persino nella disgrazia, chiunque abbia il coraggio per continuare a difendere l’uomo, come la O’Connor, quando, sempre a proposito del suo romanzo La saggezza nel sangue, scriveva: «Non credo che una sola parola di quello che ho detto contraddica lo spirito inequivocabile del libro, vale a dire che gli esseri umani hanno libera scelta».

Proprio così, la libera scelta. Abbiamo sprecato decenni a farci ipnotizzare dai morti squali in formaldeide e dai loro invidiosi omologhi letterari e cinematografici la cui intenzione più riposta era convincerci di appartenere al loro stesso azzeramento di prospettiva – il falso mito secondo il quale non si sarebbe più liberi di scegliere e che, simili all’Alex di Arancia meccanica dopo la Cura Ludovico, inginocchiarsi innanzi all’idolo (dunque annullarsi) non è la conseguenza di una debolezza ma dell’assenza di alternative. Ecco perché stiamo tornando ad amare scrittori come Flannery O’Connor: raccontando di uomini che cadono liberi di scegliere, restituiscono dignità ai nostri fallimenti, mostrando per converso la possibilità di un riscatto, restituendoci ai nostri limiti, dunque al profondo terribile mistero che ci appartiene inalienabilmente.

Se non fossimo liberi di scegliere il concetto di limite neanche si porrebbe, e non saremmo quindi raccontabili. Ma lo siamo.
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One thought on “La libertà nel sangue

  1. Desiderei inviarvi la locandina di un progetto su Flannery O’Connor che il gruppo culturale Senzaspazio di Monza sta per portare in scena. Non sono riuscita a trovare un indirizzo mail a cui scrivere direttamente e così approfitto di questo spazio per mandarvi almeno il comunicato stampa allegato alla locandina. Nel caso foste interessati a saperne di più sono a vostra disposizione.
    Cordialmente
    Elisabetta Raimondi

    LA CRUDA SPIRITUALITÀ DI FLANNERY O’CONNOR
    Un progetto del gruppo culturale SENZASPAZIO

    Prima parte
    BRAVA GENTE DI CAMPAGNA
    Con Berardino Clemente, Federica Ghidelli, Elisabetta Raimondi, Davide Roberto, Camilla Rossi
    Interventi alla chitarra di Matteo Redaelli
    Riduzione drammaturgica e regia di Elisabetta Raimondi

    SABATO 26 MAGGIO 2012 – ore 21.00 e DOMENICA 27 MAGGIO 2012 – ore 16
    VIA BOLOGNA 9 – BRESSO (MI)

    PRESENTAZIONE
    A proposito del progetto
    LA CRUDA SPIRITUALITÀ DI FLANNERY O’CONNOR è il titolo dato a un miniciclo di due appuntamenti in cui il gruppo culturale SENZASPAZIO presenterà, sotto forma di letture sceniche, due racconti della scrittrice statunitense Flannery O’Connor, nata a Savannah in Georgia nel 1925 e morta a soli 39 anni per le conseguenze del lupus eritematoso, l’implacabile malattia degenerativa che l’afflisse per circa vent’anni. Con questo progetto SENZASPAZIO continua il percorso di esplorazione di grandi autori americani, dopo gli spettacoli incentrati su John Steinbeck e su Paul Auster realizzati rispettivamente nel 2010 e nel 2011. Si tratta in questo caso di una fase intermedia, molto più di una semplice lettura, ma non ancora una messinscena vera e propria. Un passaggio importante che, se da un lato permette a noi di saggiare la credibilità dell’interpretazione che abbiamo scelto di dare ai vari personaggi, dall’altro permette al pubblico di accostarsi ad una scrittrice potente e geniale, ancora poco conosciuta in Italia nonostante sia ritenuta una delle voci più influenti della letteratura americana del secolo scorso. Per il primo appuntamento abbiamo scelto il racconto Brava gente di campagna, pubblicato la prima volta nel 1955.

    A proposito di Flannery O’Connor
    Capita a volte ad alcuni artisti di finire incasellati in definizioni molto riduttive, se non addirittura fuorvianti. Così è successo a Flannery O’Connor, denominata a seconda dei casi scrittrice “cattolica”, “grottesca”, “gotica”, “del sud”, oppure “gotica del sud” che nell’espressione originale “southern gothic” suona almeno un po’ meglio. Tutte etichette che esprimono indiscutibilmente alcuni aspetti della sua narrativa, ma nessuna delle quali ne restituisce la dimensione universale e simbolica, che invece attiene tanto al suo lavoro quanto alla consapevolezza che del suo lavoro lei stessa aveva. Che Flannery O’Connor fosse una donna del “profondo sud” è testimoniato non solo dalla sua breve vita vissuta quasi interamente in una fattoria di Milledgeville in Georgia insieme alla madre e ad un allevamento di pavoni, ma anche dall’ambientazione dei due romanzi e della trentina di racconti che costituiscono la sua produzione narrativa e che si svolgono per lo più nella cosiddetta “Bible belt”, la cintura della Bibbia di quel sud prevalentemente rurale, protestante e razzista, che l’autrice ha descritto con tanta concretezza ed efficacia. Quanto al suo essere “gotica”, è altrettanto indiscutibile che gli elementi tipici di quel genere letterario quali il mistero, il male, le deformazioni, la morte, l’horror insomma, siano una costante della sua narrativa. Così come lo è l’impronta grottesca che caratterizza molti dei suoi personaggi, in cui la frattura tra ciò che credono di essere e ciò che in realtà sono crea situazioni paradossalmente comiche. Quanto poi alla incrollabile e profonda fede cattolica, che non la abbandonò mai nemmeno nei momenti peggiori della malattia, essa risuona costantemente nelle sue storie. Storie anticonvenzionali, per nulla conformi ai buoni sentimenti e al moralismo facile che generalmente si associano all’idea di letteratura cristiana. Storie alla cui lettura un certo tipo di cattolici, quelli che Flannery non esita a definire “vittime di concezione estetica provinciale e di isolamento culturale”, inorridirebbero. Storie dove il male e il peccato non sono ipocritamente nascosti come se non esistessero, perché Flannery O’Connor sa che esistono, e li mette in scena continuamente. E lo fa in una maniera talmente cruda che persino Quentin Tarantino ha assunto la scrittrice come modello letterario di riferimento per i suoi film, così come hanno fatto Bruce Springsteen o Nick Cave, che di storie di “maledette” ne hanno composte e cantate tante. Flannery non sente di sporcarsi le mani o la coscienza nel presentare la violenza, e non solo perché la violenza fa parte della vita, ma anche perché è convinta che spesso la grazia divina si manifesti proprio attraverso di essa. Ma è altresì convinta che stia sempre e comunque alla scelta individuale degli esseri umani la decisione di come reagire agli sconvolgimenti che il violento intervento della grazia porta con sé.
    Oggi Flannery O’Connor è considerata una scrittrice di culto da tutti coloro che sanno vedere quanto le sue storie sorprendenti trascendano la limitatezza geografica, sociale e religiosa della loro ambientazione. E se riescono a farlo è grazie alla concretezza con cui “quegli” ambienti e “quei” personaggi vengono presentati, permettendo al reale di assumere un significato simbolico che va al di là degli apparenti confini temporali, spaziali, sociali e religiosi delle storie. È un po’ come per i quadri di Edward Hopper, il grande pittore del “realismo americano”, quello dei bar notturni e diurni, delle vetrine dei negozi nelle strade deserte, delle pompe di benzina su strade che portano chissà dove, delle donne alle finestre di stanze anonime, degli interni di uffici e di vagoni ferroviari e di stanze di alberghi o di appartamenti sbirciati dall’esterno attraverso una finestra, di case solitarie forse abitate forse abbandonate. Immagini tipicamente americane, ma talmente sospese, enigmatiche e misteriose da apparire simboli universali della condizione umana. È probabilmente per via di questa analogia tra i due artisti, così abili nel trascendere il reale attraverso il reale, che parecchie edizioni italiane dei racconti di Flannery O’Connor hanno in copertina alcuni quadri di Hopper. È sicuramente per questa analogia che nella realizzazione della locandina del progetto di SENZASPAZIO su Flannery O’Connor è stata fortissima la tentazione di utilizzare un dipinto di Hopper. Poi però il gioco e il divertimento hanno avuto la meglio sulle riflessioni serie ed esistenziali, e così l’immagine di questo altro marchio nazionale della pittura americana che è “American Gothic” di Grant Wood, ci è parso ideale per sottolineare il taglio gotico-grottesco, e anche un po’ postmoderno, con il quale abbiamo impostato il nostro lavoro, nella convinzione che la grande ironia di Flannery saprebbe perdonare le libertà che ci siamo permessi di prenderci.

    Elisabetta Raimondi
    Monza, maggio 2012

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