Flannery e il fallimento dell’intellettualismo

Scrive Flannery: «il poeta è cieco per tradizione, ma il poeta cristiano, e anche il cantastorie, è come il cieco toccato da Cristo, che guardò e vide uomini come fossero alberi, ma in cammino. Questo è l’inizio della visione, ed è un invito a visioni più profonde e strane che dovremo imparare ad accettare se desideriamo realizzare una letteratura veramente cristiana». Scrivere e credere sono, a loro modo, sempre e comunque un «camminare nel buio», un walking in darkness. Ciò che queste visioni deeper and stranger fanno saltare subito per aria è quel «buon senso» vagamente laico, razionale e illuministico degli «intellettuali» (per i quali la O’Connor con ironia dispregiativa usa il termine interleckchuls invece che intellectuals, come si dovrebbe in lingua inglese) che tanto ammorba la vera ispirazione. L’ironia per gli interleckchuls spinge la O’Connor anche ad affermare che la mente che sa apprezzare meglio un romanzo non sarà la più istruita, ma quella disposta «ad approfondire il senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero (to have its sense of mystery deepened by contact with reality, and its sense of reality deepened by contact with mistery)». Il significato «intellettuale» della storia, a questo punto, non può essere mai al di là della storia stessa che viene raccontata: è la stessa storia, in quanto esperienza e non astrazione. il romanziere «dimostra qualcosa che non si può dimostrare in un altro modo se non con un romanzo intero»: il significato non è mai astratto, ma vissuto.

Basti pensare a un racconto quale The Lame Shall Enter First (Gli storpi entreranno per primi) per cogliere tutta la sua antipatia per l’illuminismo umanista. Il protagonista è il direttore del centro ricreativo comunale, un tal Sheppard che il sabato lavora senza compenso al riformatorio. È vedovo con un figlio, Norton, che a suo parere è fondamentalmente egoista. Un giorno sheppard decide di accogliere in casa rufus Johnson, un ragazzino che era stato nel riformatorio e che egli aveva desiderio di «redimere». Imbevuto di nozioni psico-sociologiche e di un umanitarismo filantropico, è convinto che il male possa essere vinto con un’educazione laica capace di sviluppare l’intelligenza. Johnson però non fa che sfuggire dai suoi schemi e ciò avviene in pagine splendi- de che toccano i nervi della condizione umana. Johnson coinvolge in questa sua ribellione anche Norton. sheppard ne uscirà sconfitto: si accorgerà di aver «rimpinzato il suo vuoto di opere buone come un ingordo» e così di aver solo coltivato la propria immagine ideale che adesso si sgonfia per lasciare solo uno schermo nero. Il racconto si chiude in maniera terrificante: Norton si impicca per la sofferenza causata della morte prematura della madre, rivelando tragicamente la cecità di sheppard per il dolore del figlio.

Il romanzo Il cielo è dei violenti presenta una dinamica simile: l’avvenimento che scuote la sicurezza intellettuale del protagonista Ryber, un insegnante dagli innovativi metodi educativi, è la morte del figlio per mano di un ragazzo che egli aveva preso in casa per «aiutarlo», ma in realtà per dimostare la sua superiorità rispetto allo zio del ragazzo, selvatico profeta eremita. Mentre Ryber tenta di controllare col suo razionalismo il comportamento del ragazzo, questi si ribella, trovando la sua «libertà» grazie ad azioni di grande violenza. Il senso è che il vecchio zio ha posto in suo nipote un «seme» indistruttibile perché divino e presente in ogni uomo. È come un marchio a fuoco e non c’è modo per eliminarlo. tentare di farlo conduce al parossismo.

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